domenica 4 aprile 2010

Il mio terremoto


L'Aquila, 7 aprile 2009

Sono a casa alle ore 18.30 dopo una domenica a Roma e cinque giorni di congresso a Berlino. Sono felice, sono a casa con i miei ragazzi. Dopo cena mi metto al computer a lavorare e a sentire un po’ di gente. Ore 22.45 scossa forte, 4° grado. Dura poco. Mio figlio Davide mi dice cosa devo fare in caso di pericolo. Andiamo in cucina a verificare che non ci sia una crepa che la nostra vicina al settimo piano aveva visto anni or sono. Su Facebook, tutti ci consoliamo a vicenda. Federica Giardi mi chiede se sono sola, Massimo Prosperococco ci mette al corrente della magnitudo e della profondità di questa ennesima scossa. I miei studenti scommettono sul valore della magnitudo. Pubblico su Facebook una nota su Berlino, scarico le foto dalla mia macchinetta fotografica.
Vado al letto e stranamente decido di non svestirmi completamente, tengo su una maglietta e i pantaloni della tuta. La borsa la lascio sul letto, non disfo la valigia. Dopo un po’ sento che anche Davide e Riccardo si coricano. Mi addormento subito.
Ore 3,32: mi ritrovo sotto la trave della porta della mia camera, come Davide mi aveva consigliato, con tutto che si muove: pavimento, muri, soffitto, mobili. Un urlo avvolge la casa, il palazzo, la città. Non ricordo di essermi alzata dal letto. Per quanto mi sforzi non ricordo di essermi alzata e di aver realizzato qualcosa. Vagamente, come un sogno, ricordo che urlavo. No, no, no. Contemporaneamente Davide urla: via, via, via e io comincio a chiamare Riccardo. Via via via! Il tremendo tremore continua, va via la luce, fuori si sentono le sirene. Riccardo dice di essere in mutande. Al buio, con una precisione millimetrica tiro fuori un paio di pantaloni e una maglia. Riccardo è vicino a me. Davide urla: attenzione è caduta la scarpiera. Faccio un salto e la supero. Riccardo non ha le scarpe. Va in camera a prenderle. Forse in quel momento le prendo anch’io e forse prendo anche il telefono che è sul mio letto, nella borsa. Ancora qualcosa ci scuote, stavolta il movimento è ondulatorio, si sentono tonfi cupi dappertutto, cade tutto. Claudia al piano di sopra urla. Buio, tutto buio. Trovo la borsa con le chiavi di casa. Vado in bagno e faccio pipì, incredibile, non so perché l’ho fatto, Davide mi dirà in seguito di averlo fatto anche lui e di aver notato che il pavimento del bagno era bagnato: l’acqua dello sciacquone.
Davide e Riccardo mi aspettano sul portone di uscita. Apro l’armadio dell’ingresso e prendo la giacca a vento convinta che i figli abbiano fatto lo stesso. Si trema ancora, forte, fortissimo.Via via via! “Jamo, mà”. Sulle scale sentiamo altre voci, le scale, quindi, sono al loro posto. Incrociamo Claudia e famiglia che sono al sesto piano, sopra di noi. Al quarto incontro Giuliani, al terzo i calcinacci, al secondo ancora più calcinacci e persone in pigiama, terrorizzate. Via via via! Si scivola sui calcinacci. Riccardo si accorge di crepe sui muri. Dobbiamo fare in fretta. Secondo, primo, terra, portone aperto, fuori. Non so se il cancello era aperto o lo ho scavalcato. Siamo tutti lì. Salvi. Le gambe cominciano a farmi male, tanto. Claudia urla che la luna è opaca. Ci abbracciamo, cominciamo a guardare i palazzi e ci allontaniamo. Sono altissimi. Sotto i piedi tutto trema. Si sentono migliaia di allarmi. Non riesco a chiamare nessuno, le linee sono intasate. Fumo una sigaretta e anche Davide e Riccardo. Un messaggio di Gustavo da Roma. Gli rispondo: siamo in strada. Mia sorella da Avezzano: stiamo bene. Ci raggiunge Giulio che abita un po’ più giù. I primi piani del suo palazzo sono esplosi. Cerco mio fratello al telefono. Nulla. Cerco Fernanda. Nulla. Cerco Massimo, nulla.
Anna…… il Rettore…. Le gambe mi si stanno spezzando. Voglio andare in centro, me lo impediscono. Si sente puzza di gas. Comincio a tremare come una foglia. Intanto torna per un attimo la corrente, in casa è tutto illuminato. La terra trema e di nuovo va via la corrente e gli allarmi si fanno sentire. Arrivano messaggi di amici. So che sono vivi. Di mio fratello ancora nulla. Arriva Massimo in mutande con la macchina. La sua casa di Roio Piano è crollata. Lo prego di accompagnarmi a casa di Gianni, mio fratello. Lungo il percorso notiamo lo strazio. Sono quasi le cinque. Accendiamo la radio. Terremoto a L’Aquila. 4 morti accertati, quattro bambini. Percepiamo di più la tragedia. Mio fratello è in macchina con moglie e figlioletta, è pallido ma sta bene. Ho freddo, anche Davide e Riccardo. Massimo è sconvolto. Non sappiamo che fare.
La luna è limpida. La luce va e viene. Gli allarmi non smettono. Albeggia. Ci trasferiamo a Via Strinella. La Piazza della Chiesa è piena di persone. Increduli tutti si abbracciano. Un sottoscala della Chiesa è aperto, metto il cellulare a ricaricare, c’è anche il bagno con un gran via vai. La terra trema, si sente anche all’interno delle automobili. Le notizie incalzano: Piazza della Prefettura è rasa al suolo, la casa dello studente è tutta macerie, il palazzo del ristorante il Tetto è distrutto. Vado in centro con Riccardo. Non so dire se mi sia sembrato un incubo, una guerra o cosa. La città è distrutta. Gli aquilani si aggirano come zombie. Andiamo verso la villa, si vedono macerie in tutti i vicoli e ancora tanta polvere. Ci dirigiamo verso Collemaggio e la strada sembra un pellegrinaggio. Incontro un sacco di gente, che bello, sono vivi.
Decidiamo di tornare nelle vicinanze della nostra casa. Io Davide e Riccardo ci guardiamo e decidiamo di risalire a prendere qualcosa, comprese le chiavi della macchina. Ci dividiamo i compiti: io in sala, Riccardo nella sua camera, Davide nella mia. Saliamo le scale e ci accorgiamo che il primo, secondo e terzo piano hanno i tramezzi tutti lesionati. I portoni di ingresso sono circondati da profonde crepe. Sul nostro piano, invece, non ci sono calcinacci. Apriamo, entriamo. E’ tutto a terra. TV, computer, lampada, libri, fotografie. In cucina i cassetti sono tutti spalancati. Gli sportelli degli armadi sono aperti e anche tutti i relativi cassetti. In bagno la cabina doccia è tutta sottosopra. La scarpiera è a terra. Prendiamo il possibile e via giù. Le gambe ricominciano a dolere.
Abbiamo la macchina e ci trasferiamo al Parco del Sole. Ci sdraiamo a terra, si sentono altre scosse. Su di noi elicotteri, aerei. Intorno a noi suoni di sirene, rumori assordanti di camion che ammucchiano macerie sul piazzale di Collemaggio. Dopo la catastrofe il sole brilla ancora.
Scrivo un SMS: qui è la guerra.

5 commenti:

  1. I giorni dopo, ancora guerra!

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  2. Ho i brividi. Oggi mi è capitato di vedere il trailer del nuovo film della Guzzanti e mi sono incazzata un mondo con questo paese. http://www.draquila-ilfilm.it/trailer/

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  3. Noi oggi siamo più tristi che mai.

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