venerdì 17 settembre 2010

Città universitaria


Una città universitaria è una città nella quale insiste una università. Quindi L’Aquila, come molte altre città, è universitaria.
Poi col tempo e con tanta fatica si cerca di far comprendere che una città universitaria in quanto tale è una città che si ritrova come cittadini alcune migliaia di studenti. E se la città non è una metropoli, questi studenti sono una  parte cospicua dei giovani della città. Che abitano in città? No che vivono in città!!
In tutte le città universitarie le politiche di accoglienza di questi ragazzi sono insufficienti, a volte raffazzonate e il dialogo con i municipi difficile, spesso impossibile.
In Italia l’Università provvede alle strutture didattiche e di ricerca e a tutti i servizi inerenti queste attività. Le aziende regionali per il diritto allo studio sono competenti in termini di borse di studio, alloggi pubblici, sale studio e altri servizi per gli studenti.
Le città universitarie vivono queste tematiche troppo spesso passivamente, raramente si rendono protagoniste del processo che dovrebbe portare gli studenti ad essere veri e propri cittadini nella città che li ospita. Esempio: sapete come è l’assistenza sanitaria per questi giovani? Be’, in una sola parola ASSENTE:
A L’Aquila, appena prima del sisma, si era riusciti a dialogare tutti assieme: Comune, Azienda per il Diritto allo studio, Università, Studenti. A mettere sul tavolo le esigenze dei ragazzi, non tutte, ma le più impellenti.
Bisogna continuare su questa strada. Dialogare, affrontare i problemi, arrivare a mettere in atto strategie vincenti.
Tutto ciò se la si vuole questa Università nella città.
Purtroppo negli ultimi tempi ascolto voci che prima mi arrivavano indirettamente come dei “dice che” e che additano l’Ateneo come un mostro: egoista e principe del malaffare. Da sempre, senza riferimenti temporali a persone dei vertici.
Sono abituata a non attaccare di petto queste posizioni, ma, anzi, a far tesoro di ciò che mi viene detto, anche a brutto muso. Così penso che il mancato dialogo tra Ateneo e cittadini sia imputabile anche a me.
Se non si conoscono le attività di ricerca che l’Ateneo svolge, quali sono gli uffici amministrativi, le competenze e le innovazioni acquisite, le esigenze degli studenti, l’internazionalità dell’Ateneo non posso che fare il “mea culpa”.
Ho intenzione di cercare un luogo ove cominciare a raccontare di noi. Spero che molti colleghi possano aderire all’iniziativa.
Sono esterrefatta di come l’Ateneo venga ancora percepito come estraneo alla città. Uno straniero che dopo tanti anni ancora non “merita” la cittadinanza.

L’integrazione è fatta di dialogo.






1 commento:

  1. Giusi, è verissimo. Io e te che all'Aquila ci siamo arrivate per l'università e che ci sentiamo in fondo cittadine di adozione per questo, forse riusciamo ad avere la distanza per avvertire questo distacco.

    È un po' il problema di tutte le città universitarie, dove gli studenti sono visti come vacche da mungere e non come vicini di casa, come estranei di passaggio e prima si sbrigano e si tolgono di torno e meglio è.

    Il punto è che se all'Aquila togli l'università resta molto poco. Questo già prima del terremoto, figuriamoci dopo.

    Senza la vitalità intellettuale, i contatti e anche il rinnovamento, che portano un'università e la sua popolazione le città come l'Aquila inesorabilmente invecchiano, si tagliano fuori dal mondo e allora cosa resta?

    RispondiElimina