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Il balcone mancante |
Dopo tre mesi, stamane sono tornata a Cese di Preturo,
laddove un balcone, improvvisamente, si è staccato da una delle palazzine del famigeratoprogetto C.A.S.E..
Ho incontrato un simpatico giornalista del GR Rai e dopo un
breve colloquio ci siamo dati appuntamento sulla piastra dove ho abitato per 5
anni. Ho parcheggiato e, nell’attesa, ho fatto un giretto. Il groppo in gola
che già avevo sentito arrivando, si è fatto strada ed arrivato dritto al
cervello, dandomi delle fitte di dolore che poi arrivavano dritte al cuore e
cercavano di spremere le ghiandole lacrimali, costringendomi a piangere.
Durante questi tre mesi mi sono spesso stupita di non aver mai pensato ai cinque anni appena trascorsi. In realtà non riuscivo neanche a concentrarmi su me stessa dentro quei 50 metri quadrati. Una specie di rimozione involontaria. Stamattina, invece, passeggiando su e giù per la piastra ho rivisto la mia camera incasinata, le foto impolverate che avevo voluto con me, lo stereo mai usato, i libri ammonticchiati. E poi i lunghi inverni, le finestre sul nulla, il wi-fi come unico contatto col mondo. Un silenzio spesso, opprimente, tra le erbacce, gli alberelli e il campo di pallone.
La mia casa è
abitata: sul terrazzino ho visto il tavolo su cui abbiamo fatto di tutto:
studiato, cucinato, parlato, giocato, dove siamo stati troppo spesso soli ad
aspettare una vita sottratta, cercando di riannodarla e non perderla.
Cinque anni pesanti, rimossi e accantonati. Mi sono bastati
cinque minuti per inviare all’amico giornalista un SMS: «Devo andare via, mi fa
troppo male stare qui».
Mi fa male pensare a quelle vite schiacciate dentro case
miracolosamente vuote, dove un balcone staccato improvvisamente porta tanta gente
a parlare su una delle prodigiose piastre.