mercoledì 1 maggio 2013

Il Lago della Duchessa e i beni comuni


Oggi sono andata in montagna. Un’escursione meravigliosa sui monti “della Duchessa”,  al confine tra Lazio e Abruzzo. E sono arrivata al Lago della Duchessa che vedete nella foto sottostante.
Si trova a 1788 metri  tra le pareti di roccia delle montagne del Murolungo (2184 m) e del Monte Morrone (2141 m).




L’escursione parte dal borgo di Cartore, un insieme di casali che erano di pastori e che oggi, ristrutturati dalla Settima Comunità Montana Salto - Cicolano, si possono affittare collegandosi a questo sito che è ancora in costruzione. Lo feci tempo fa e mi trovai benissimo. I casali si trovano a circa 1000 metri di altitudine, immersi in un prato gigantesco, questo:


Spesso ho fatto scampagnate in quel borgo, perché attorno ai casali, recintate da uno steccato aperto, ci sono delle aree attrezzate e accanto c’è persino un fontanile. Sono state scampagnate meravigliose: su quel prato grandi e piccini, infatti, potevano giocare a qualsiasi gioco, o semplicemente correre. Ho usato il passato, “potevano”, perché ora non si può più.


Le aree attrezzate sono vietate: c’è un bel cartello che dice chiaramente “proprietà privata”. L’utilizzo del prato (quello recintato)  e delle attrezzature è riservato ai clienti della struttura e le aperture del recinto sono state sbarrate, così.



L’ulteriore stranezza è che sul resto del prato, che non è di nessuno, cioè è di tutti (come d’altra parte tutto il resto) non si può più giocare. Avete capito bene, su quell’immensità di prato, bene comune, è vietato giocare. Questo il cartello con tanto di errore grammaticale:



Naturalmente telefonerò e dirò la mia. E, altrettanto naturalmente, vi invito ad andare tutti assieme su quel prato con un paio di palloni!

P.S.: per completezza aggiungo la foto del cartello "Proprietà Privata"
 

Uno sguardo all'Università





A 4 anni dal sisma uno sguardo all’Università.
I numeri: più di 1000 dipendenti e, ad oggi, un numero di studenti che sfiora i 26000.
Più significativo appare, riguardo il numero degli studenti, l’andamento dal 2006 ad oggi. Per l’anno accademico 2006/07 gli studenti iscritti all’Ateneo erano 22982, nel numero sono compresi tutti gli studenti iscritti a corsi di laurea, scuole di specializzazione, Master e dottorato di ricerca. Per il 2007/08 erano 24395, per il 2008/09 24756, per il 2009/10, nonostante le infauste previsioni,  gli studenti iscritti furono 24805. Negli anni successivi il numero è continuato a crescere, fino al 14% in più nel 2011/12 rispetto al dato del 2006/7. Sicuramente il dato più sorprendente è quello dell’anno accademico corrispondente al sisma, dove persino il numero delle matricole rimase invariato rispetto all’anno precedente (6984), smentendo tutte le voci, anche autorevoli, che davano per persa l’Università e la città. Tra i motivi di tale insperato recupero sicuramente l’accordo di programma con il MIUR, ma ancora più determinante fu il preciso segnale che l’Università volle dare ai suoi studenti e, soprattutto, alla sua città, rimanendo con tutti i suoi corsi di laurea a L’Aquila e riaprendo i battenti, tra mille difficoltà, il 19 ottobre 2009. Che anche a pensarci ora appare un miracolo.
Sicuramente l’esonero delle tasse Universitarie ha giocato a favore dell’Università, ma i dati delle iscrizioni lasciano intravvedere altre possibili concause. Se infatti si analizza la provenienza degli iscritti all’Università nell’anno accademico 2011/2012 e la si confronta con il dato del pre-sisma (anno accademico 2006/7), si osserva come gli studenti abruzzesi  siano leggermente diminuiti, passando da  15955 a 15269, mentre gli studenti provenienti da altre regioni sono nettamente aumentati: da 6945 a 10707.
In particolare il numero degli  studenti laziali è aumentato del 35% (più di 5000), dalla Campania  gli studenti sono più che raddoppiati (circa 1500), dalla Puglia sono cresciuti del 25% (1200), dalle Marche nel 2012 gli iscritti sono stati 635, quasi il doppio del 2006.
In Regione, invece, gli studenti iscritti sono diminuiti di circa il 6%, tranne che dalla provincia di Pescara, dove gli iscritti sono in numero stabile.
Dei più di 26.000 studenti iscritti all’Università dell’Aquila lo scorso anno accademico, più del 40% è fuori regione e il 23%  fuori Provincia, il 20% dalla provincia dell’Aquila e il 15% è aquilano.
Sebbene si siano attivati, negli anni passati, sistemi di trasporto gratuito da alcune città limitrofe e ci sia stato l’esonero tasse, questi due elementi, da soli, non possono giustificare né il numero di studenti iscritti, né l’aumento del numero di matricole. Appare evidente, infatti, che molti degli studenti  debbano risiedere per seguire le lezioni, affrontando spese e soprattutto disagi dovuti alla situazione nella quale versa la nostra città. E non è neanche ipotizzabile che gli studenti siano tutti o la maggior parte, studenti virtuali (che non frequentano), basta infatti controllare il numero dei corsi sdoppiati, nei corsi di laurea triennale.  Molti corsi di laurea sono a “numero aperto”, questo è vero, ma parlando con molti degli studenti fuori regione, si ha l’impressione che dell’Aquila si sia parlato così tanto in questi anni che più di qualcuno ha scoperto la città e la sua Università solo da poco. Studenti pronti a partire per il Nord, hanno preferito L’Aquila, verificando che la sua Università non si è fermata, la sua didattica è di ottimo livello  e la  ricerca molto competitiva con eccellenze in diverse aree.
Si è spesso parlato dell’Aquila come città Universitaria e anche illustri economisti vedono nell’Ateneo  un punto di forza della città, che potrebbe ragionevolmente puntare su una Università ad alta residenzialità. Partiamo, quindi, da questo “tesoretto” di studenti iscritti all’Ateneo, e cominciamo a lavorare per una città a dimensione di studente. Di tutti gli studenti di ogni grado.
Qualsiasi sarà la politica Universitaria negli anni che verranno e comunque si pagheranno gli esiti della legge Gelmini, l’Università e la città hanno una grande responsabilità nei confronti di queste nuove generazioni: la loro preparazione, gli sbocchi lavorativi, il diritto allo studio, il diritto dell’abitare per chi è aquilano e per chi lo diviene nei suoi anni di formazione, il diritto ad una cittadinanza vera fatta non solo dei servizi essenziali (abitazione, trasporti, salute), ma anche di possibilità di confronto, crescita personale e professionale,  ed ancora lo sport, il divertimento, la cultura.
Tra le tante sfide, quella di una città universitaria, della conoscenza, dell’innovazione, dei giovani,  è senza dubbio quella che ci regalerebbe un futuro più vivibile.

domenica 21 aprile 2013

Riflessioni a caldo






 Non sono una politologa né tanto meno un’editorialista. Mi andava però di scrivere qualcosa in questo “day after” storico. Qualcosa sul PD: non un’analisi di ciò che è successo al livello nazionale anche se, lasciatemi dire,  persino il tempismo di questa implosione è sbagliato; il PD non è mai esistito come partito e temo sia vero.
Ma il PD ha perso non solo al livello di politiche nazionali, ergendosi a sinistra del paese, bensì  localmente dove, in troppi casi, ha fatto straripare metodologie clientelari, opacità, rifuggendo le istanze dei cittadini. 

Il PD è imperdonabile quando nei suoi comuni, piccoli e grandi (non tutti, intendiamoci), non è trasparente o, peggio, fa finta; quando condendo con l’aggettivo “sinistra” un qualsiasi intervento, lo gestisce in modo personale, favorendo gli amici e denigrando i “nemici”; quando insulta chi chiede spiegazioni; quando rifugge il confronto; quando si chiude. 

Non si possono consegnare a Grillo le istanze che in tanti, singole associazioni, gruppi di cittadini, tesserati di partito, chiedono con modi e argomentazioni assai approfondite, da tempi “non sospetti”.
A L’Aquila, tanto per fare un esempio, non mi sembra che ci sia stata alcuna partecipazione da parte dei “detentori del potere” né dei movimentisti del  5 stelle, quando si parlava con “esperti” di democrazia partecipativa, di bilancio partecipativo, di trasparenza, quando si si richiedevano criteri, si facevano domande, anche accuse, perché no!  Quando si cercava di incanalare le giuste richieste di una città in ricostruzione verso una strategia comune, che non fosse solo essere contro qualcuno, ma provare a coincidere come comunità.

Se si ha il sospetto che qualcosa di via via ingravescente abbia dettato legge nella localizzazione del progetto C.A.S.E., negli appalti per i puntellamenti e poi, ancora, nell’attribuzione di fondi per una città che vuole divenire universitaria, bè, un problema c’è ed è gigantesco. E portarlo alla luce, o almeno cercare, non è un delitto, è un dovere per chi ha la sfortuna di essere nato di sinistra.
L’attaccamento alle poltrone, locuzione che indica in genere il non volersi togliere dai piedi mai, non è solo un modus vivendi di chi arriva alle alte vette, ma succede anche localmente e il PD lo fa, regolarmente, adducendo ragioni che minimo minimo assomigliano a quelle di stampo berlusconiano.
Gli “inciuci” (termine che aborro) non avvengono solo al livello nazionale, anzi, al livello locale assumono caratteri aberranti: promesse pre-elettorali di posti di alto livello sono all’ordine del giorno e, pensate, una volta messe a nudo, vengono ritenute normali, sì normali.

Non si può consegnare a Grillo tutto ciò, compresa la candidatura di Rodotà: non mi sembra di aver visto oceani di movimentisti a 5 stelle al Teatro Valle Occupato, giusto una settimana fa, né, tanto meno, nelle altre mille occasioni ove si parlava di “beni comuni”. 

E’ tardi oramai? Forse no. Sfasciatevi e definiamo “sinistra” solo ciò che lo è.
Essere di sinistra oggi non è per niente facile.

mercoledì 3 aprile 2013

L'Aquila, anno IV D.T.



L'Aquila, anno IV dopo terremoto


Ci siamo, è il 6 aprile. E sono trascorsi 4 anni. E questo lo sanno tutti.
Una cosa è certa: per quante ne possiamo aver passate durante questo quarto anno D.T., il 6 aprile arriva sempre, imperterrito.
Le commemorazioni, via via che passa il tempo,  assumono significati più profondi. Sono giorni che mi preparo, che ci prepariamo, ciascuno a suo modo: chi rispolvera vecchie foto, chi ricordi, chi paure, chi lacrime. Sono giorni di “passione” questi, che cancellano qualsiasi altra sensazione che non sia connessa ad un momento: le 3,32 di 1461 giorni fa.

Per quest’anno non me la sento di riassumere ciò che è successo negli ultimi 366 giorni, anche perché meglio di me parlano le foto della mia città. Più che le mie parole cito quelle di un bambino che domenica scorsa, era Pasqua, si trovava in centro con i suoi genitori; era evidentemente la prima volta che veniva a L’Aquila e, rivolgendosi alla madre, ha esclamato «Mamma, ma L’Aquila è proprio una città distrutta!». Parole che rimbombavano tra i palazzi puntellati e striscioni vari delle nostre manifestazioni. E fa eco a ciò che un altro bambino disse tre anni fa: «Non pensavo potesse esistere una città fantasma così grande».
E neanche me la sento di ricordare quei terribili trentotto secondi, scolpiti dentro di noi con la stessa forma. Che non è un numero, 3,32 o 6 o 309, né polvere, né lacrime, né ferita. E’ una ruga, un insieme di rughe indelebili e visibili: attorno agli occhi, alle labbra, sulla fronte. Si percepiscono ad ogni movimento facciale e,  quindi, persino nella spensieratezza e la gioia che, come per tutti, fortunatamente arrivano, anche in zona terremoto.

Il 6 aprile è un giorno nel quale ci incontriamo e  ricordiamo assieme, cosa c’è dentro quelle rughe. Oltre la sofferenza e, ancora, l’incredulità.  

Durante quest’anno appena trascorso,  abbiamo avuto un “momento” simile di condivisione: era il 22 ottobre 2012 e un giudice, a L’Aquila, emetteva una sentenza di condanna nei confronti di una commissione appositamente riunitasi a L’Aquila, 4 anni fa, per valutare il rischio che si stava correndo con lo sciame sismico in atto. E ne uscì una rassicurazione. Uno dei fattori di rischio venne sottovalutato.  
E il filo che corre tra vita e morte si spezzò.
Impressiona ancora ricordare, per chi è ancora vivo, la scossa precedente quella distruttiva, dopo la quale rimanemmo in casa, quasi tutti: era tutto normale.
E così, dopo essere stati ingrati, lagnosi, sfaticati, quest’anno siamo divenuti anche stregoni.

La storia di questi 366 giorni  può essere riassunta in un’ aula di tribunale,  poi  derisa e vilipesa.  

E in tutti i giorni inutili che continuiamo a passare in tribunale, accusati di aver varcato la zona rossa, di aver manifestato, di esserci uniti. Tutti attorno ad una città che ha perduto l’anima.
Ma non la dignità,  intesa come identità morale di un gruppo di persone: un valore intrinseco e inestimabile di ogni essere umano, pur se terremotato.
Non il rispetto, quello che meritano gli aquilani, gli emiliani, i genovesi e tutti coloro che hanno subito eventi catastrofici: che inizi la ricostruzione all’insegna del ricordo, del rispetto, della dignità. Della sicurezza.